Ricerca antologica
Chernobyl (HBO): che cosa è documentato e che cosa è stato costruito
Il personaggio che regge metà del racconto è dichiaratamente inventato. Tre delle scene più ricordate non trovano riscontro.
Chernobyl è diventata in poche settimane la serie con il punteggio più alto di IMDb e ha vinto dieci Emmy. Regge però su una scienziata che non è mai esistita, e tre delle sue scene più celebri — il ponte di Pripjat, i sommozzatori, l'ora del suicidio di Legasov — non corrispondono alle fonti. Questa ricerca separa quello che è documentato da quello che è stato costruito, e spiega perché le cifre sui morti differiscono di tre ordini di grandezza senza che nessuno menta.
Cinque episodi, dieci Emmy
Chernobyl debutta su HBO il 6 maggio 2019 e il giorno dopo su Sky Atlantic: cinque episodi, scritti da Craig Mazin, diretti da Johan Renck, con un budget di quaranta milioni di dollari. Nel cast Jared Harris come Valerij Legasov, Stellan Skarsgård come Boris Ščerbina, Emily Watson come Ulana Khomjuk.
Gli ascolti in prima visione sono modesti — negli Stati Uniti fra i 756.000 e gli 1,19 milioni di spettatori a episodio, con un massimo di 2,1 milioni nel Regno Unito per il finale — e non sono la misura giusta di quello che è successo. La serie diventa in poche settimane il titolo televisivo con il punteggio più alto su IMDb, arrivando a 9,6 su 10, e vince dieci Emmy nel 2019, fra cui miglior miniserie, regia e sceneggiatura; nel 2020 aggiunge due Golden Globe, due BAFTA TV e otto BAFTA tecnici.
L'effetto più materiale si vede sul terreno: le agenzie che organizzano visite alla zona di esclusione registrano nel maggio 2019 aumenti fra il 30 e il 40 per cento rispetto all'anno precedente, e nel 2019 i visitatori sono 123.403.
La scienziata che non è mai esistita
Metà del racconto poggia su una persona che non c'è mai stata.
Ulana Khomjuk, la fisica bielorussa che intuisce l'entità del disastro, ricostruisce la dinamica dell'esplosione e spinge Legasov a dire la verità, è un personaggio inventato da Craig Mazin. Non è una scelta nascosta: la serie stessa la dichiara nei titoli di coda, e Mazin l'ha spiegata nel podcast ufficiale che accompagnava le puntate.
La ragione dichiarata è che il lavoro attribuito a lei fu di molti. Khomjuk, ha detto Mazin, «rappresenta tutti gli altri scienziati che intervennero e rischiarono parecchio per combattere un sistema — non solo il sistema di governo, ma anche il sistema della scienza». Un personaggio composito, cioè, al posto di una dozzina di comparse senza nome.
Vale la pena registrare l'obiezione, perché è la più seria che sia stata mossa alla serie. Il giornalista Adam Higginbotham, che sul disastro ha scritto una ricostruzione documentata, osserva che l'impianto narrativo — una scienziata solitaria che scopre la verità contro tutti — è costruito su una premessa fragile: i difetti del reattore RBMK non erano un segreto per un singolo, erano noti a una parte consistente della comunità nucleare sovietica. La scoperta che la serie mette in scena, in altri termini, non aveva bisogno di essere fatta.
Tre scene diventate leggenda
Oltre al personaggio, ci sono tre passaggi che la serie presenta come accaduti e che le fonti non confermano. Sono anche i tre più ricordati.
Il ponte della morte. La serie mostra gli abitanti di Pripjat che escono a guardare l'incendio da un cavalcavia, sotto la cenere luminosa, e lascia intendere che nessuno di loro sia sopravvissuto. È una storia che circola da anni e che oggi è considerata una leggenda metropolitana: nessuna fonte documenta quel gruppo né quel destino.
I tre sommozzatori. Il 4 maggio 1986 tre uomini — Oleksij Ananenko, Valerij Bespalov e Borys Baranov — scendono nei locali allagati sotto il reattore per aprire le valvole di scarico. La serie lo racconta come una missione suicida di volontari. La realtà, riferita dai diretti interessati, è diversa su entrambi i punti: non fu propriamente un atto volontario — «mi hanno ordinato di andare là, e sono andato», ha detto Ananenko — e soprattutto non morirono. Ananenko e Bespalov risultano viventi; Ananenko ha continuato a lavorare nel settore nucleare fino al 2017. Baranov è morto nel 2005, per una malattia cardiaca, diciannove anni dopo. Interpellato dalla stampa nel 2019, Ananenko ha respinto la definizione di eroe.
L'ora del suicidio. Il primo episodio si apre con Legasov che si toglie la vita alle 1:23:45, l'ora esatta dell'esplosione, nel secondo anniversario del disastro. È un'immagine potentissima e non è quello che accadde: Legasov morì il 27 aprile 1988, il giorno dopo l'anniversario.
I nastri, che invece esistono
C'è però un elemento della serie che sembra un espediente narrativo ed è documentato: le registrazioni.
Legasov, che aveva guidato la commissione governativa sul disastro, dettò su cassetta le proprie memorie negli ultimi mesi di vita: diverse ore di registrazione, distribuite poi in modo informale, in cui ricostruisce la propria vicenda dal momento in cui venne avvertito, il 26 aprile 1986, fino alle riflessioni finali sul funzionamento del programma nucleare sovietico. È materiale reale, ed è la struttura su cui la serie costruisce la propria voce narrante.
Si tolse la vita il 27 aprile 1988, senza lasciare un biglietto.
Contare i morti
Qui la ricerca deve essere più prudente di quanto sia la discussione pubblica, perché le cifre che circolano vanno da poche decine a diverse decine di migliaia — e non è che qualcuno menta: contano cose diverse.
Dati del grafico
| Voce | Valore |
|---|---|
| Proiezione OMS di decessi oncologici a lungo termine | 4000 persone |
| Ricoverati con sindrome acuta da radiazioni | 134 persone |
| Decessi riconosciuti da UNSCEAR nel 2008 | 54 persone |
| Morti accertate nell'immediato | 31 persone |
Le trentuno morti accertate nell'immediato sono il dato su cui il consenso è più solido: due persone uccise nell'esplosione, una per arresto cardiaco, ventotto per sindrome acuta da radiazioni nelle settimane successive. I ricoverati in condizioni gravi per esposizione furono centotrentaquattro: è il bacino da cui vengono quei ventotto decessi, non un conteggio di vittime. Nel 2008 l'UNSCEAR ha portato il totale riconosciuto a cinquantaquattro, includendo morti per trauma o malattia da radiazioni avvenute nel 1986 e nel 1987.
I quattromila sono un'altra cosa ancora: una proiezione statistica di decessi oncologici attribuibili all'esposizione lungo l'intera vita delle popolazioni coinvolte, elaborata nel 2005 da un gruppo internazionale di oltre cento scienziati coordinato dalle agenzie ONU. Non sono persone identificate, sono un eccesso atteso rispetto alla mortalità di base — ed è per questo che stime costruite con modelli o perimetri diversi arrivano a decine di migliaia senza contraddire il primo numero.
Chi mette queste cifre sulla stessa riga, in un senso o nell'altro, sta confrontando misure che non sono confrontabili.
Che cosa la serie ha preso bene
Sarebbe scorretto fermarsi agli scarti, perché su alcune cose la ricostruzione è stata riconosciuta da chi c'era.
La resa materiale dell'Unione Sovietica — oggetti, interni, divise, procedure — è stata descritta come la più accurata mai vista in una produzione occidentale. E la rappresentazione della sindrome acuta da radiazioni, cioè le scene più difficili da guardare, è stata giudicata corretta da Oleksij Breus, ingegnere che lavorava alla centrale e che nei giorni successivi al disastro operò sul quarto reattore.
Lo stesso Breus, però, è anche fra i critici più netti su un altro punto: sostiene che il personale dell'impianto sia stato «distorto e travisato, come se fossero cattivi». È un'obiezione che riguarda persone reali, alcune delle quali processate all'epoca, e che questa ricerca si limita a riportare: non esiste un accertamento che stabilisca quanto la rappresentazione televisiva corrisponda alle responsabilità individuali.
Sulla stessa linea si colloca l'osservazione della giornalista Masha Gessen: le minacce di esecuzione che nella serie vengono rivolte a chi non collabora sono un anacronismo, perché quel tipo di esecuzioni non faceva più parte della vita sovietica dopo gli anni Trenta.
Un'altra correzione tecnica riguarda la scena in cui la moglie di un vigile del fuoco viene tenuta lontana dal marito ricoverato: la medica Alla Shapiro ha osservato che, una volta rimossi gli indumenti contaminati, l'uomo non sarebbe stato pericoloso per chi gli stava vicino.
L'esplosione da megatoni
Un ultimo punto tecnico, perché è il perno drammatico del terzo episodio.
La serie costruisce la propria tensione centrale attorno all'ipotesi che una seconda esplosione, provocata dal contatto fra il combustibile fuso e l'acqua nelle vasche sottostanti, potesse liberare un'energia dell'ordine dei megatoni e rendere inabitabile una parte d'Europa. Craig Mazin ha spiegato di aver ripreso quella stima dal fisico Vasilij Nesterenko, che parlava di tre-cinque megatoni.
I fisici consultati dalla produzione, però, non hanno potuto confermarne la plausibilità, e la critica specialistica ha osservato che un reattore che esplode non si comporta come un ordigno termonucleare. Resta che il rischio di una seconda esplosione di vapore era reale e che l'operazione per scongiurarlo fu compiuta davvero: è la magnitudine, non l'evento, a essere stata amplificata.
La reazione russa
In Russia la serie ha prodotto due reazioni opposte, ed è utile riportarle entrambe perché vengono spesso citate a metà.
Vladimir Medinskij, allora ministro della Cultura, l'ha definita «magistralmente realizzata» e «girata con grande rispetto per la gente comune». Un dirigente del Partito Comunista, Sergej Malinkovič, ha invece chiesto che si procedesse per diffamazione, definendola «disgustosa».
Nel frattempo l'emittente NTV ha annunciato una propria versione della vicenda, in cui la CIA avrebbe un ruolo centrale nel disastro. Il progetto è stato presentato come in fase di sviluppo e un trailer pubblicato su YouTube è stato in seguito rimosso dopo le reazioni negative del pubblico.
Limiti e verifiche
Questa ricerca poggia su fonti pubbliche e su dichiarazioni dei protagonisti. Quattro avvertenze per chi la cita.
Il personaggio di Ulana Khomjuk è dichiaratamente inventato: non va mai citato come persona reale, nemmeno indirettamente, e nemmeno come «ispirato a».
Il ponte di Pripjat, la morte dei tre sommozzatori e l'ora del suicidio di Legasov sono tre scene che non trovano riscontro: le prime due sono contraddette dalle fonti, la terza da una data.
Le cifre del bilancio misurano cose diverse: accertamenti, ricoveri, riconoscimenti amministrativi e proiezioni statistiche. Vanno sempre citate con l'etichetta di che cosa contano.
Infine, sulle persone: le critiche alla rappresentazione del personale della centrale riguardano individui reali, e questa ricerca le riporta come opinioni di chi le ha espresse. Nessuna fonte consultata stabilisce in che misura la ricostruzione televisiva corrisponda alle responsabilità accertate all'epoca.
Domande frequenti
Ulana Khomjuk è esistita?
No. È un personaggio inventato da Craig Mazin per rappresentare la molteplicità di scienziati sovietici che lavorarono al disastro. La serie lo dichiara nei titoli di coda e l'autore l'ha spiegato nel podcast ufficiale.
Perché è stata inventata?
Perché il lavoro che le viene attribuito fu fatto da molte persone, e metterle tutte in scena avrebbe frammentato il racconto. Mazin ha detto che il personaggio rappresenta chi rischiò per combattere un sistema, di governo e insieme scientifico.
La storia del ponte della morte è vera?
Non risulta. La scena degli abitanti di Pripjat che guardano l'incendio dal cavalcavia e ne muoiono tutti è oggi considerata una leggenda metropolitana: nessuna fonte la documenta.
I tre uomini scesi sotto il reattore sono morti?
No. Oleksij Ananenko e Valerij Bespalov risultano viventi; Borys Baranov è morto nel 2005 per una malattia cardiaca, diciannove anni dopo. Ananenko ha continuato a lavorare nel settore nucleare fino al 2017 e ha rifiutato pubblicamente l'etichetta di eroe, precisando che non si trattò propriamente di un atto volontario ma di un ordine ricevuto.
Legasov si è ucciso all'ora dell'esplosione?
No. Morì il 27 aprile 1988, il giorno successivo al secondo anniversario del disastro. L'ora coincidente con quella dell'esplosione è un'invenzione della serie.
Le registrazioni di Legasov esistono davvero?
Sì. Dettò su cassetta diverse ore di memorie negli ultimi mesi di vita, poi circolate in modo informale: ricostruiscono la sua vicenda dal 26 aprile 1986 in avanti e criticano il funzionamento del programma nucleare sovietico. Sono la struttura narrativa della serie.
Quante persone sono morte per Chernobyl?
Dipende da che cosa si conta. Trentuno morti accertate nell'immediato; centotrentaquattro ricoverati per sindrome acuta da radiazioni, fra i quali ventotto dei decessi; cinquantaquattro decessi riconosciuti dall'UNSCEAR nel 2008 includendo il 1987; e una proiezione di circa quattromila decessi oncologici lungo tutta la vita delle popolazioni esposte, elaborata nel 2005 dalle agenzie ONU. Stime con perimetri diversi arrivano a decine di migliaia.
Che cosa la serie ha ricostruito bene?
La resa materiale della vita sovietica, giudicata la più accurata mai vista in una produzione occidentale, e la rappresentazione della sindrome acuta da radiazioni, riconosciuta corretta da un ingegnere che lavorava alla centrale.
L'esplosione da megatoni era possibile?
Il rischio di una seconda esplosione di vapore era reale e l'operazione per scongiurarlo fu compiuta. La magnitudine indicata dalla serie viene però da una stima di Vasilij Nesterenko che i fisici consultati dalla produzione non hanno potuto confermare: un reattore che esplode non si comporta come un ordigno termonucleare.
Come è stata accolta in Russia?
In modo diviso: l'allora ministro della Cultura l'ha definita magistralmente realizzata e rispettosa della gente comune, mentre un dirigente comunista ha chiesto che si procedesse per diffamazione. L'emittente NTV ha annunciato una propria versione con la CIA fra i responsabili del disastro; il trailer è stato poi rimosso.
Riferimenti
Questa ricerca raccoglie e mette in relazione materiali già pubblicati. Ogni affermazione rinvia alla fonte da cui proviene: dove le fonti divergono, la divergenza è riportata nel testo. Le voci sono in ordine alfabetico. Come sono fatte queste ricerche.
- Agenzia internazionale per l'energia atomica, comunicato sullo stesso rapporto. iaea.org
- All That's Interesting, «Valery Legasov, the Soviet scientist who handled the Chernobyl disaster». allthatsinteresting.com
- BBC News, «Chernobyl disaster: "I didn't know the truth"», maggio 2019. feeds.bbci.co.uk
- Business Insider, «HBO's Chernobyl invented a nuclear physicist character», giugno 2019. businessinsider.com
- France 24, «"I'm no hero", says Chernobyl diver portrayed in hit TV series», giugno 2019. france24.com
- History vs Hollywood, confronto fra la serie e le fonti. historyvshollywood.com
- Newsweek, «Chernobyl death toll: how many people were killed». newsweek.com
- Organizzazione mondiale della sanità, «Chernobyl: the true scale of the accident», 5 settembre 2005. who.int
- Refinery29, intervista a Emily Watson sul personaggio. refinery29.com
- Screen Rant, «Ulana Khomyuk wasn't real: here's why». screenrant.com
- Sky History, «The real story of the Chernobyl divers». history.co.uk
- Smithsonian Magazine, «HBO's Chernobyl miniseries is driving tourists to the site». smithsonianmag.com
- The Chernobyl Podcast, con Craig Mazin. podcasts.apple.com
- The Globe Post, «Chernobyl tourism surges after HBO series», agosto 2019. theglobepost.com
- The Legasov Tapes, trascrizione e traduzione delle registrazioni. legasovtapetranslation.blogspot.com
- UACRISIS, «Chornobyl: what's true and what's fiction in the popular miniseries». uacrisis.org
- Wikipedia, «Boris Baranov». en.wikipedia.org
- Wikipedia, «Chernobyl (miniseries)». en.wikipedia.org
- Wikipedia, «Oleksiy Ananenko». en.wikipedia.org
- Wikipedia, «Valery Legasov». en.wikipedia.org
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